L’Amianto è fra noi

22/mar/2015 15:55:15 Virgilio E. Conti Contatta l'autore

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L’Amianto è fra noi

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Giovanni Lanzo

Sesto San Giovanni

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28 Aprile giornata mondiale contro l’amianto

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L’Amianto è fra noi

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tgrlomb rai 02-04-2012 amianto via larga

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Amianto e diossina: la mappa in Italia

Le aree da bonificare sono state individuate, ma nella maggior parte dei casi le bonifiche non sono mai iniziate.

- Floriana Rullo- 25 novembre 2011- Un’Italia ammalata a causa delle industrie insalubri e delle discariche abusive. Un Paese avvelenato dall’amianto e dalla diossina. Da Porto Marghera a Gela, da Taranto a Porto Torres, il nostro territorio è stato per decenni intossicato dall’inquinamento industriale tanto che gran parte dei suoli e delle falde d’Italia hanno messo e mettono ancora a rischio la salute di chi ci lavora e ci abita.

Un’eredità che schiaccia ancora una parte non piccola d’Italia e che coinvolge almeno un decimo di tutta la popolazione. A fotografare la situazione dei 44 siti più rischiosi ci ha pensato l’Istituto Superiore di Sanità. Un ambizioso progetto, finanziato dal Ministero, che ritrae la situazione in cui versano i luoghi più inquinati sparsi per tutta la penisola. Posti in cui le condizioni ambientali fanno ammalare e morire più persone del previsto. Luoghi battezzati da varie leggi con la sigla SIN, che sta per “Siti di bonifica di interesse nazionale”. Dove però nella maggior parte dei casi le bonifiche non sono mai iniziate.

I SITI DI BONIFICA- I SIN, da Nord a Sud, in realtà sono 57. Di questi, il pool di epidemiologi ambientali di Sentieri ne ha scelti 44, considerandoli interessanti sotto il profilo sanitario, per i quali sono stati analizzati i dati di mortalità in un arco di tempo che va dal 1995 al 2002. Le aree da bonificare sono caratterizzate dalla presenza di impianti chimici, petrolchimici, raffinerie, industrie siderurgiche, centrali elettriche, miniere e cave di amianto e altri minerali, porti, discariche e inceneritori. Insomma, l’Italia dell’industria pesante e delle pattumiere, dove generazioni di lavoratori hanno prodotto benessere e ricchezza spesso a costo della loro salute.

MORTALITA’ IN ECCESSO- Tumori, malattie del sangue e leucemie. Tremilacinquecento morti in otto anni: ecco a quanto ammontano i decessi per malattie riconducibili alle esposizioni industriali. Se invece si considera il surplus complessivo dei decessi delle 44  aree monitorate si sfiorano per lo stesso periodo le 10 mila persone (su 403mila morti complessivi). Vale a dire che le morti “osservate” sono, in quasi tutte le località, maggiori di quelle “attese”.

C’è insomma un pezzo non piccolo d’Italia, pari a 298 comuni con 5,5 milioni di abitanti (un decimo della popolazione) che sta decisamente peggio degli altri. Non solo perché, abitando in aree industriali o comunque degradate (come il litorale domizio flegreo e l’agro aversano interessato dal fenomeno delle discariche abusive), la popolazione ha in media un reddito e una scolarizzazione più bassa dei loro vicini. Ma anche perché alle diseguaglianze economiche e sociali si aggiunge un ambiente più insalubre, tanto da far aumentare la mortalità, soprattutto nel Sud Italia.

DA CASALE MONFERRATO A GELA – Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera. Ma anche Bagnoli, Padova e TarantoScuole elementari, case e fabbriche. Da nord a sud. L’amianto non fa distinzione. E nemmeno le sue polveri sottili. Quattromila decessi all’anno. Più di 20mila dal 93 a oggiIl caso più palese è rappresentato dalle 416 morti in eccesso per tumore alla pleura nei siti contaminati da amianto, per la presenza di cave di estrazione del minerale o di impianti di lavorazione (Balangero, Casale Monferrato, Broni, i dintorni dello stabilimento Fibronit di Bari, Biancavilla, Massa Carrara, Priolo, Pitelli e alcuni comuni lungo il litorale vesuviano). Drammatica anche la situazione nei pressi delle raffinerie di Porto Torres e Gela, delle acciaierie di Taranto, delle miniere del Sulcis-Iglesiente e della chimica di Porto Marghera, zone in cui è stato rilevato un aumento significativo di mortalità per tumore al polmone e malattie respiratorie non tumorali. O i decessi in più per insufficienza renale e altre malattie del sistema urinario alle emissioni di metalli pesanti, composti alogenati e idrocarburi degli stabilimenti di Piombino, Massa Carrara, Orbetello o la bassa valle del fiume Chienti.

LA STRAGE- Una strage silenziosa  che interessa sia gli operai che chi abita vicino alle fabbriche. “Per quasi tutte le malattie considerate la mortalità ha riguardato sia gli uomini sia le donne e tutte le classi d’età. Tutta la popolazione quindi è stata più o meno interessata dalla contaminazione diffusa” spiega l’autrice di Sentieri Roberta Pirastu, della Sapienza di Roma. “Così a causa delle bonifiche in ritardo la collettività paga con morti e malattie queste situazioni”.

I prossimi passi di Sentieri prevedono l’analisi in queste aree delle malattie e dei ricoveri per vedere se a una aumentata mortalità corrisponde anche – come è prevedibile – una maggior carico di malattie di natura ambientale, e quanto questa situazione perduri ancora oggi”.

http://www.articolotre.com/2011/11/amianto-e-diossina-la-mappa-in-italia/47886

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PER I MORTI D’AMIANTO LA PIRELLI SI PORTA AVANTI E OFFRE MAXI RISARCIMENTI

 

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PER I MORTI D’AMIANTO LA PIRELLI SI PORTA AVANTI E OFFRE MAXI RISARCIMENTI

 

CRONACAQUI

di: LUDOVICA SCALETTI


IN AULA Alla sbarra 11 ex dirigenti per 24 decessi o casi di malattia Per i morti d`amianto la Pirelli si porta avanti e offre maxi risarcimenti. Le associazioni dei lavoratori: «L`azienda cerca di comprarsi la licenza di uccidere e l`impunità» Ludovic a Scaletti.

Trattative in corso per risarcire con milioni di euro le famiglie dei lavoratori morti di amianto negli stabilimenti milanesi della Pirelli. Ieri mattina si è aperta con questa notizia, annunciata dall`avvocato della difesa, la seconda udienza del processo che vede imputati undici ex dirigenti dell`azienda per omicidio colposo e lesioni colpose. Sono accusati di essere responsabili di 24 casi: una ventina di dipendenti morti di mesotelioma pleurico e altri malati di diverse forme di tumore.

Un colpo di scena per le associazioni che intendono costituirsi parte civile nel processo. «La Pirelli cerca di comprarsi la licenza di uccidere e l`impunità» denunciano.

TUTTO RIMANDATO Ieri, dopo la prima udienza “tecnica” del 19 dicembre 2011, era previsto che i giudici decidessero se accettare o meno le parti civili. C`è stato un cambio di programma. Uno dei legali della Pirelli ha spiegato che l`azienda ha già concluso le transazioni con sei delle famiglie colpite, che altre sei sono in corso, mentre una è tramontata. Si tratta di grosse offerte di denaro, nell`ordine, sembra, di centinaia di migliaia di euro, in cambio dell`uscita dal processo. E pare che altre transazioni potrebbero cominciare nei prossimi giorni, anche con l`Inail, l`Asl di Milano e Regione Lombardia.

Un modus operandi che è già stato sperimentato durante il processo Eternit di Torino, conclusosi con la condanna a 16 anni di carcere di due dirigenti. In quel caso l`offerta era di diversi milioni di euro per il Comune di Casale Monferrato, perchè ritirasse la costituzione di parte civile. Soldi che, dopo settimane di discussioni, sono stati rifiutati dall`amministrazione.

LA RABBIA Ieri in tribunale c`erano anche l`Associazione Medina Democratica, l`associazione Italiana Esposti Amianto e il Comitato per la Difesa della salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio (che raggruppa cittadini e operai delle fabbriche di Sesto e Milano, fra cui lavoratori Pirelli), che hanno ribadito di non essere disposti a nessuna trattativa. «Il fatto che delle famiglie in difficoltà accettino la transazione – spiega Michele Michelino del Comitato per la Difesa della Salute – lo possiamo capire anche se ci dispiace, ma che lo facciano le istituzioni no». In questo modo, continua Michelino, «si cerca di monetizzare la salute». Milioni di euro, quelli che la Pirelli propone alle famiglie dei suoi ex dipendenti, che pare fossero già stati messi in conto. «Ci fa rabbia – aggiunge Michelino che già nel 2006 la Pirelli aveva messo da parte 38 milioni di euro in previsione di cause per l`amianto». Quello che chiedono le associazioni è una «condanna pesante», affinchè i «datori di lavoro capiscano che è meglio prevenire». Anche perché, sottolinea Michelino, «l`amianto non è un problema del passato, ma del presente e del futuro e le bonifiche non devono essere un costo per la società».

LA VICENDA I 24 operai parte offesa nel processo, hanno lavorato tra la fine degli anni `70 e la fine degli anni `80 negli stabili- menti milanesi di viale Sarca e via Ripamonti. Secondo l`accusa hanno subito negli anni «esposizioni massicce e ripetute» alle fibre di amianto, senza «l`adozione di adeguati sistemi di aspirazione o protezione individuale» e senza alcun sistema di «raccoglimento polveri».

L`AZIENDA Non la pensa così la Pirelli, che sostiene di aver «sempre agito cercando di tutelare al meglio la salute e la sicurezza dei propri dipendenti, con le misure adeguate alle conoscenze tecniche a disposizione nel corso degli anni». L`azienda, che dice «di essere sempre stata vicina ai propri ex dipendenti colpiti da malattie e alle loro famiglie», afferma anche di non aver «mai utilizzato amianto quale componente nella produzione degli pneumatici e che all`epoca l`uso dell`amianto negli edifici era pratica comune nelle tecniche di costruzione». Le responsabilità verranno stabilite dai giudici. Intanto «per esigenze legate alle trattative in corso per la definizione dei profili civilistici» il processo è stato rimandato al 19 aprile. [.]

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Ilva, dai fumi malattie e tumori

«L’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte. I modelli di analisi messi a punto hanno consentito di stimare quantitativamente il carico annuale di decessi e di malattie che conseguono all’esposizione all’inquinamento». Cinque righe da brivido a pagina 226. Sono, forse, la risposta più attesa e temuta della perizia sugli aspetti medici ed epidemiologici nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale a carico di alcuni dirigenti dell’Ilva di Taranto. Il dottor Francesco Forastiere, il professore Annibale Biggeri e la professoressa Maria Triassi ieri mattina poco dopo mezzogiorno hanno depositato la perizia nell’ufficio del gip Patrizia Todisco, titolare dell’inchiesta. Il magistrato, insieme al procuratore Franco Sebastio, si è intrattenuto in un lungo colloquio con gli esperti. Tre i quesiti a cui dovevano rispondere: «Quali sono le patologie interessate dagli inquinanti, considerati singolarmente e nel loro complesso e nella loro interazione, presenti nell’ambiente a seguito delle emissioni dagli impianti industriali in oggetto? Quanti sono i decessi e i ricoveri per tali patologie per anno, per quanto riguarda il fenomeno acuto, attribuibili alle emissioni in oggetto? Qual è l’impatto in termini di decessi e di ricoveri ospedalieri per quanto riguarda le patologie croniche, che sono attribuibili alle emissioni in oggetto?»
La perizia, che completa il quadro già tracciato dalla parte inerente le sostanze inquinanti emesse dal siderurgico, è suddivisa in sei capitoli ed esamina i vari aspetti indicati dai quesiti non trascurando un’attenta analisi degli agenti tossici immessi dagli impianti dell’Ilva.  In via preliminare i periti sottolineano che «gli inquinanti si presentano in concentrazioni più elevate in prossimità dell’impianto e nei territori limitrofi, in particolare nei rioni Tamburi, Borgo, Paolo VI e Statte. Le concentrazioni sono variabili nel tempo e dipendono fortemente dalla direzione del vento».
Quali sono le patologie interessate dagli inquinanti, considerati singolarmente e nel loro complesso e nella loro interazione, presenti nell’ambiente a seguito delle emissioni dagli impianti industriali in oggetto?
Nel merito della risposta i tre esperti hanno così riassunto il quadro delle patologie che possono essere riconducibili all’esposizione a sostanze inquinanti. «Agli Idrocarburi Policiclici Aromatici  – affermano -  è riconosciuto un potere cancerogeno, specie per il tumore del polmone e della vescica. Alle diossine è riconosciuto un ruolo cancerogeno per i tumori nel loro complesso, per i tumori del tessuto linfoematopietico (linfoma non-Hodgkin) e per i tumori del tessuto connettivo, come i sarcomi dei tessuti molli. All’amianto è riconosciuto un potere cancerogeno per la laringe, il polmone e la pleura. Alle sostanze volatili organiche, tra cui il benzene, è riconosciuto un ruolo cancerogeno per i tumori del sangue, in particolare la leucemia». C’è poi una fascia di patologie per le quali il rapporto di causa ed effetto non è pienamente stabilito anche se vi sono indicazioni più o meno forti di una associazione che ancora non può essere ritenuta causale. A questo ambito appartengono gli effetti delle sostanze inquinanti «sul tessuto cerebrale con un aumento della patologia degenerativa e alterazioni delle capacità cognitive per esposizioni croniche». Inoltre, secondo i periti, «la presenza di un grande quantitativo di metalli nel particolato atmosferico (rame,piombo, cadmio, zinco) può produrre danni renali fino alla insufficienza renale cronica. Nel comparto della siderurgia, infine, sono stati segnalate altre patologie tumorali tra i lavoratori (es.tumore dello stomaco) per le quali l’evidenza non è conclusiva». Per questo motivo le patologie sono state classificate in due diversi elenchi nel primo sono considerati gli «esiti sanitari per i quali esiste una forte e consolidata evidenza scientifica di possibile danno derivante dalle emissioni dell’impianto siderurgico o per effetto delle esposizioni in ambiente lavorativo». In questo elenco sono comprese: mortalità per cause naturali; patologia cardiovascolare, in particolare patologia coronarica e cerebrovascolare; patologia respiratoria, in particolare infezioni respiratorie acute, broncopatia cronicoostruttiva (BPCO) e asma bronchiale. I bambini e gli adolescenti possono essere particolarmente suscettibili; tumori maligni nella popolazione generale e/o tra i lavoratori: tutti i tumori, tumori in età pediatrica (0-14 anni), tumore della laringe, del polmone, della pleura, della vescica, del connettivo e tessuti molli, tessuto linfoematopietico (linfoma non-Hodgkin e leucemie).
Nel secondo elenco sono, invece, considerati gli «esiti sanitari per i quali vi è una evidenza scientifica suggestiva ma le prove non sono ancora conclusive di un possibile danno derivante dalle emissioni dell’impianto siderurgico o per effetto delle esposizioni in ambiente lavorativo». Si tratta di malattie neurologiche; malattie renali; tumore maligno dello stomaco tra i lavoratori del complesso siderurgico.
Quanti sono i decessi e i ricoveri per tali patologie per anno, per quanto riguarda il fenomeno acuto, attribuibili alle emissioni in oggetto?
La seconda domanda posta dai giudici riguarda gli effetti acuti delle emissioni sulla salute. I periti hanno condotto uno studio di serie temporali epidemiologiche incrociando le frequenze giornaliere degli eventi di interesse, con le medie giornaliere delle concentrazioni degli inquinanti. Si tratta di un approccio largamente accettato nella letteratura epidemiologica che permette di analizzare situazioni in cui la frequenza giornaliera degli eventi è piccola, come nel caso di Taranto e dei due quartieri di interesse, Borgo e Tamburi. «L’analisi sulla città di Taranto nel suo complesso – scrivono i periti – ha mostrato un’associazione con la mortalità per cause naturali coerente con quanto registrato in letteratura (una variazione percentuale di 0,8% per incrementi di 10 mg/m3 dell’inquinante). Sui ricoveri si è documentata un’associazione con le malattie respiratorie (una variazione percentuale di 5,8%). L’analisi ristretta ai residenti nei quartieri Borgo e Tamburi ha mostrato un’associazione con la mortalità per tutte le cause (vp 3,3%) ,le cause cardiovascolari (vp 2,6%) e respiratorie (vp 8,3%). Sui ricoveri, l’analisi sui quartieri Borgo e Tamburi ha mostrato un’associazione con i ricoveri per malattie cardiache (vp 5,0%; p=0,051) e respiratorie (vp 9,3%; p=0,002)».
Nel periodo esaminato dagli esperti  (sette anni), «i decessi e i ricoveri nel breve termine attribuibili alle emissioni derivanti dagli impianti industriali per quanto attiene ai livelli di PM10 superiori al limite OMS sulla qualità dell’aria di 20 µg/m3 per i residenti a Borgo e Tamburi sono 91 (IC80% 55; 127) decessi, 160 (IC80% 106-214) ricoveri per malattie cardiache, 219 (IC80% 173; 264) ricoveri per malattie respiratorie. Scontando una possibile maggior fragilità della popolazione dei due quartieri per effetto di condizioni socio-economiche e lavorative e il contributo di inquinanti da altre sorgenti estranee all’area industriale, i decessi attribuibili diventano circa quaranta (1,2% dei decessi totali, 9 decessi per centomila persone per anno), i ricoveri attribuibili per malattie cardiache settanta (16 ricoveri per centomila persone per anno) ei ricoveri attribuibili per malattie respiratorie cinquanta (11 ricoveri per centomila persone per anno)».
Qual è l’impatto in termini di decessi e di ricoveri ospedalieri per quanto riguarda le patologie croniche, che sono attribuibili alle emissioni in oggetto?
Per rispondere al quesito è stato condotto uno studio epidemiologico con un approccio di coorte di popolazione basato sulla ricostruzione della storia anagrafica di tutti gli individui residenti, il loro successivo follow-up la verifica di mortalità, ricoveri ospedalieri, incidenza dei tumori, e il computo dei tassi assoluti e relativi di frequenza di malattia e di mortalità. La coorte è composta dai soggetti residenti al 1 gennaio 1998 e da tutti quelli che sono successivamente entrati come residenti nell’area per nascita o immigrazione fino al 31 dicembre 2010. Le considerazioni finali dei periti fanno rabbrividire: «L’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte. I modelli di analisi messi a punto hanno consentito di stimare quantitativamente il carico annuale di decessi e di malattie che conseguono all’esposizione all’inquinamento».

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Eternit gli scienziati: “Micidiale e vive a casa degli Italiani”

La sentenza del Tribunale di Torino che ha condannato a 16 anni di carcere i proprietari dell’Eternit «entrerà nella storia». Il ministro della Salute, Renato Balduzzi, non ha dubbi. A dare la misura della sua importanza è la strage che si consuma periodicamente in Italia, con 3-4 mila morti l’anno. Tutti uccisi dall’amianto. Tra loro, il 15 per cento non sapeva nemmeno di essere stato esposta a questa polvere assassina. «Ecco perché l’eternit è un problema nazionale», puntualizza il ministro. Operai e cittadini sono esposti A pagare saranno il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, 65 anni, e il barone belga 91 enne Jean Louis Marie Ghislain de Cartier de Marchienne. ex proprietari della multinazionale Eternit: sono stati condannati per disastro ambientale doloso e omissione volontaria delle norme anti-infortunio. Secondo i giudici, è stata loro la responsabilità della morte e della malattia di migliaia di persone, fra operai e cittadini esposti alle fibre di amianto, la cui dispersione nell’aria provoca malattie asbesto- correlate, cioè difficoltà respiratorie, cancro ai polmoni (il mesotelioma), alla laringe, alle ovaie, solo per citare le più rilevanti. I due miliardari, in tempi diversi, pur sapendo che la polvere d’amianto era velenosa, hanno tenuto i lavoratori all’oscuro dei pericoli che correvano nelle fabbriche di Ca sale Monferrato (Alessandria). Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia), tutte chiuse a metà degli anni Ottanta. Se i reati contestati per Bagnoli e Rubiera sono però caduti in prescrizione, per quelli di Casale e Cavagnolo sono stati dichiarati colpevoli e obbligati a un maxi risarcimento danni da 100 milioni di euro e destinato a salire. «E un sogno che si avvera, perché i diritti sono realtà», commenta il procuratore Raffaele Guariniello. che ha coordinato l’inchiesta. «Questa sentenza rende giustizia alle famiglie. Ma purtroppo vedremo ancora tanti amici morire e abbiamo ancora tanta rabbia e tanta strada da fare», aggiunge Romana Blasoni, 83 anni, presidente dell’Aneva (l’associazione dei parenti delle vittime) che per l’amianto ha perso il marito, la figlia, la sorella, un nipote e un cugino. La sentenza di Tonno è una “condanna-pilota”. Perché, grazie a questo precedente, si innescheranno battaglie legali contro i morti e i malati d’amianto non solo in Italia, ma pure nel resto d’Europa. L’Italia è sempre in prima linea Anche perché, secondo la rivista scientifica Lancet, nel Vecchio Continente le vittime ogni anno sono circa 90 mila. Un numero, però, destinato a salire vertiginosamente, tan to che potrebbe arrivare a 500 mila nei prossimi trenl’anni. Tralasciando il clamore del processo di Torino, il nostro Paese rimane in prima linea nella lotta all’amianto: dal 1992 la produzione e commercializzazione è vietata per legge. Ma questo materiale, composto da fibre di silicio, per decenni è stato considerato il miracolo dell’industria e della manifattura del ventesimo secolo e quindi è diffuso capillarmente. Un minerale versatile, a basso costo, indistruttibile, isolante, fonoas sorbente, che resiste bene al calore, alla corrosione, al fuoco, all’umidità è stato impiegato, in passato, in mille modi, dall’industria all’edilizia. Era pure nei filtri delle sigarette Dai ferri da stiro ai freni delle auto, dalle caldaie alle vernici, dai pannelli per ricoprire i tetti, ai tubi. Negli anni “50 veniva inserito persino nei filtri delle sigarette. Ma quanto amianto c’è in Italia? E quanto in Europa e nel resto del mondo? Impossibile saperlo. Non c’è infatti una cifra esatta sulla quantità al di qua e al di là delle Alpi. E questa assenza di numeri precisi rende ancor più inquietante la minaccia della fibra killer. Nel Paese,trai40 e i 60 siti dismessi Si stima che solo nel nostro Paese circa 3,7 milioni di tonnellate siano entrate nella composizione di oltre tremila prodotti diffusi nelle case e nei luoghi di lavoro. L’Inail calcola che lungo la Penisola ci siano fra i 40 e i 60 siti dismessi per la produzione di amianto, che ci siano in circolazione circa 10 mila fra carrozze ferroviarie, navi, metropolitane con amianto spruzzato, che ci siano fra i 50 mila e gli 80 mila chilometri di tubature e condotte altamente pericolose. Assobeton (Associazione nazionale industrie manufatti cementizi) indica la presenza di 12 milioni di tonnellate di lastre per coperture in cementoamianto in tutto il Paese, pari a una superfìcie di 1,2 miliardi di metri quadrati distribuiti sia su edifici pubblici (scuole, ospedali, stazioni) che privati. Ma a rendere lo scenario ancor più allarmante sono le difficoltà della bonifica e dello smaltimento: operazioni lunghe, costose e con pochi siti di stoccaggio. Se nel settore privato è praticamente impossibile fare un censimento di questa bomba ecologica, da una ricerca dell’Istituto per l’inquinamento atmosferico del Cnr risulta che in Lombardia, Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta, Piemonte, una mappatura è stata fatta quantomeno per gli edifici pubblici. Non è cosi nelle regioni del Sud: «Abbiamo pochissime informazioni su dove e quanto ce n’è», spiega la ricercatrice Lorenza Fiumi. «La situazione è drammatica ». Un nemico silenzioso, inodore, diffuso, ma soprattutto spietato. L’inalazione delle sue polveri, che il materiale rilascia da sé nell’aria con il tempo e il deterioramento, è dimostrato che siano tossiche e nocive fino a causare la morte, con un insorgenza delle malattie anche nell’arco di 30-40 anni dall’esposizione. Mediamente, secondo i dati fomiti dal Regi stro nazionale dei mesotelioni (Renam), il cancro ai polmoni provocato dall’amianto si manifesta attorno ai 70 anni e la diagnosi è infausta: la sopravvivenza va dai 9 ai 12 mesi. Le vittime sono spesso uomini In due casi su tre le vittime sono uomini. Ogni anno, in Italia, le persone colpite da mesotelioma, questa gravissima forma di tumore ai polmoni, sono in media 1.400. Il responsabile del Renam, il dottor Alessandro Marinacelo, sottolinea però che negli Stati Uniti d’America sono stati eseguiti degli studi clinici che hanno aperto qualche speranza di sopravvivenza. Nei casi di diagnosi precoce, già all’insorgenza dei primi sintomi (tosse, difficoltà respiratorie, dolore al torace), se subito curato, il tasso di mortalità si abbassa.

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Lettera aperta ad Emma Marcegaglia

Cara Emma,

si sono io uno dei malati cronici da 5 anni a questa parte,io che in questi 5 anni forse ne ho lavorato 2 io che sono stato a casa la prima volta nel gennaio 2007 quasi un anno, prima solamente due settimane di malattia in 21 anni di lavoro.

Gennaio 2007 un camion in retromarcia invece di andare avanti mi buttava un cancello addosso frantumandomi la caviglia con due operazioni per rimettermi in piedi e una sbarra ancora nella caviglia,ma il record viene dopo sempre gennaio 2008 un altro anno ancora in seguito a una operazione di laringectomia totale,esattamente il 29 gennaio operazione che ha minato la mia salute.

Premetto che sono astemio e fumacchiavo,ma abitando a Sesto San Giovanni siamo tutti grati alla Falk e alla Breda che facevano parte della confindustria di cui ne è presidente,regalava polvere d’amianto ai suoi dipendenti e a chi viveva nelle vicinanze.

Quindi prima di parlare di malattie croniche guardi tra gli iscritti della confindustria quanti “imprenditori” che davanti al profitto hanno sacrificato le leggi di salvaguardia dell’ambiente o la tutela dei propri operai o chi aveva la “fortuna” di abitare nelle vicinanze.

Già devo passare una visita all’anno dall’Asl e dal mio datore di lavoro ed ogni tre anni dall’Inps come se la laringe,e nel mio caso tiroidi e corde vocali possano ricrescere come se fossero delle semplici unghie tagliate.

Almeno lei non offenda la propria e la mia intelligenza parlando e generizzando sui malati cronici.

Un saluto Giovanni

http://www.giovannilanzo.it/

giovanni.lanzo@hotmail.com

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Un Paese d’amianto: la lunga strada per la rimozione totale


 

VERONICA ULIVIERI 
 

Con la sentenza del processo Eternit, due giorni fa, è stata vinta solo la prima delle battaglie contro l’amianto, ma la guerra è ancora lunga. I giudici del Tribunale di Torino, con un verdetto storico, hanno condannato a16 anni di carcere e 90 milioni di risarcimenti i due ex manager della multinazionale, lo svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Louis de Cartier de Marchienne, accusati didisastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche.

A due decenni dalla legge che, nel nostro Paese, ha vietato l’uso dell’amianto, però, la situazione è ancora allarmante. A partire dai morti per patologie legate all’esposizione a questa polvere, che sono circa 3.000 all’anno. Di questi, 1.400 circa sono casi di mesotelioma, il tumore della pleura direttamente correlato all’inalazione di amianto, a cui si sommano altrettanti tumori al polmone, alla laringe, all’ovaio e decessi per asbestosi. Vittime che, come spiega il ministro della SaluteRenato Balduzzi, non sono venute necessariamente in contatto con l’amianto perché lavoravano in «settori produttivi ben conosciuti, come l’edilizia, la metalmeccanica, la cantieristica navale e ferroviaria. Nel 15% dei casi si parla di “esposizione ignota”». Questo trend drammatico, avverteAlessandro Marinaccio, ricercatore Inail e responsabile del Registro Nazionale dei Mesoteliomi, «si ripeterà ancora per qualche anno, con un picco di vittime fino al 2015, quando la curva epidemiologica comincerà a ridursi».

Ma come essere ottimisti quando nel nostro Paese i metri quadrati ricoperti dal killer bianco sono il doppio della superficie del comune di Roma? Secondo una stima del Cnr, in Italia esistono ancora 2,5 miliardi di metri quadrati di coperture realizzate con materiali contenenti amianto, pari a circa 32 milioni di tonnellate. Tanti i casi aperti, oltre alla Eternit, di cui l’Italia si dovrà occupare: dalla Fibronit a Bari e Broni (Pavia) alla Sacelit in provincia di Messina. Solo a Casale Monferrato ci sono un milione di metri quadrati di amianto sotto forma di coperture di edifici privati. Intorno alla miniera di Balangero (Torino), riposano 45 milioni di metri cubi di pietrisco di scarto contaminato, mentre nello stabilimento barese si contano 90.000 metri cubi di fibra, fino ad arrivare ai 40.000 sacconi contenenti rifiuti d’amianto prodotti fino ad oggi con la bonifica di Bagnoli a Napoli.

I siti di interesse nazionale da bonificare da sostanze inquinanti, amianto compreso, sono in tutto 57. E queste, sottolinea Nicola Pirrone, direttore dell’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico, «sono solo le situazioni veramente macroscopiche, a cui si aggiungono numerosissime aree più piccole». Su una ventina di grandi siti il Ministero dell’Ambiente ha concluso la sua parte di attività, ma l’azione non è finita: per legge (decreto 152 del 2006), infatti, la competenza è passata a Province e Arpa. E proprio la frammentazione di competenze è un altro punto critico della questione: «Sarebbe utile un Piano Nazionale, per monitorare le aree in cui viene rimosso l’amianto, e vigilare anche sul suo corretto smaltimento», continua Pirrone.

Un anno e mezzo fa, AzzeroCO2 e Legambiente hanno lanciato la campagna Eternit free, con l’obiettivo di promuovere la sostituzione di tetti in eternit con impianti fotovoltaici. AzzeroCO2 segue aziende, pubbliche amministrazioni e privati in tutto l’iter, dalla valutazione di fattibilità, alla ricerca, dove necessario, dei finanziamenti, fino alla progettazione tecnica dell’impianto fotovoltaico e, da quest’anno, per garantire un prezzo più conveniente, fornirà anche i pannelli solari. I clienti potranno anche beneficiare degli incentivi ad hoc introdotti dallo stato nel 2007 e mantenuti anche nel Quarto Conto Energia, in vigore dal 1° giugno. All’iniziativa hanno aderito ad oggi 740 tra aziende e privati, per un totale di 1,7 milioni di metri quadrati di coperture da bonificare e riqualificare. Progetti in gran parte ancora in fase di valutazione, spesso a causa di tempi burocratici abbastanza lunghi, mentre per 243.413 metri quadrati di capannoni è già stato avviato l’iter autorizzativo.

E se le superfici di eternit sono più o meno sotto gli occhi di tutti, più insidiosa è l’esposizione “nascosta”, causata da fonti insospettabili, come le vecchie assi dei ferri da stiro, i freni delle auto, le tubature e i cassoni dell’acqua nei sottotetti. Tutti oggetti fabbricati prima del 1992 e ancora in uso. A cui se ne aggiungono tantissimi altri fabbricati in Paesi, tra cui la Cina, in cui l’amianto ad oggi non è vietato, e poi importati in Italia.

Sull’amianto, si indaga in diverse altre procure italiane, da Roma ad Avellino, e sono tanti anche i cittadini che continuano a lottare per vedere riconosciuti i propri diritti. Come Virgilio Conti, di Oricola, paesino in provincia de L’Aquila, che da alcuni anni si batte per la bonifica del sito dell’ex fornace Corvaia, chiusa almeno dagli anni Ottanta, ma mai messa in sicurezza. «Le due interrogazioni parlamentari presentate sull’argomento – spiega Conti – non hanno ricevuto risposta, e del processo contro il proprietario dello stabilimento si è persa ogni traccia». L’amianto, a distanza di vent’anni dal suo bando, continua ad essere un tema che scotta, e i cittadini, per usare le parole di Conti, «si ritrovano spesso soli, ad aspettare passivamente, azzardando e ipotecando ogni giorno la propria salute».

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L’effetto dell’amianto sull’incidenza e la mortalità dei tumori in Italia

L’effetto cancerogeno dell’amianto è noto fin dalla metà degli anni 50 e da decenni l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, con sede a Lione, classifica tutte le forme di amianto come cancerogene per la specie umana

L’evidenza di cancerogenicità è maggiormente dimostrata per organi quali il polmone e le sierose (pleura, peritoneo e pericardio, i cui tumori maligni sono definiti mesoteliomi). Un’esposizione prolungata può essere all’origine di tumori delle vie gastrointestinali ed eventualmente della laringe.

L’amianto è l’unico fattore di rischio documentato per i mesoteliomi, a prescindere dalla durata e dalla intensità dell’esposizione.

L’amianto è stato largamente utilizzato a livello industriale: nell’edilizia, nel settore tessile, nei cantieri navali, nell’industria ferroviaria, in quella chimica, nelle raffinerie di petrolio e molte altre aree ancora.

In Italia, l’esposizione all’amianto è causa di morte per tumore maligno della pleura per circa 1.000 persone all’anno. Infatti, dal rapporto ISTISAN “La mortalità per tumore maligno della pleura nei Comuni italiani (1988-1997)”, dell’Istituto Superiore della Sanità, si evince che negli anni presi in considerazione sono stati rilevati 9.094 decessi (5.942 uomini e 3.152 donne) per tumore maligno della pleura.

Complessivamente si può stimare che i casi di cancro dell’apparato respiratorio attribuibili all’amianto attualmente siano non meno di 1.600 l’anno, come riportato dal dott. Renato Talamini, responsabile della Struttura Operativa Semplice di Epidemiologia clinica e valutativa del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano.

Tale direzione è confermata dai rapporti del Registro Nazionale Mesoteliomi, che si sta estendendo a tutte le regioni italiane.
Le stime di mortalità per mesotelioma in Italia mostrano una crescita nei decessi fino a toccare un picco di circa 700 morti negli uomini e 300 nelle donne negli ultimi anni.

L’aumento è stato parallelo – sfasato di alcuni anni – all’andamento del consumo nazionale di amianto, come riportato in uno studio di Marinaccio e collaboratori dell’Istituto Superiore di Prevenzione e Sicurezza sul Lavoro. 

In Italia, come anche negli altri paesi industrializzati, una raccolta dettagliata della storia lavorativa delle persone consente di individuare una esposizione professionale ad amianto di almeno 80% di coloro che si ammalano di mesotelioma.

Tenendo in considerazione che nel 1992 in Italia è stato bandito l’uso dell’amianto, è stato stimato che l’effetto sulla mortalità dell’esposizione pregressa si osserverà fino al 2024, in quanto gli effetti dell’amianto perdurano per decenni dopo la fine dell’esposizione.

Inoltre, sono stati descritti episodi di contaminazione dell’ambiente generale con amianto di origine industriale e episodi di contaminazione dell’ambiente domestico. Tali circostanze possono causare mesoteliomi da amianto in persone che non sono state esposte ad esso in un ambiente lavorativo.

Un esempio, ritornato di estrema attualità, è il caso di Casale Monferrato, in Piemonte, dove fino al 1985 ha operato un’importante stabilimento Eternit per la produzione di cemento amianto: si contano attualmente 5-6 nuovi casi all’anno di mesotelioma attribuibili ad esposizione non lavorativa ad amianto.

Un bel lavoro, tratto da Rassegna Online.it sulla tragedia dell’Eternit e il dramma causato dall’amianto in Casale Monferrato è visibile qui:

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