Di cyberbullismo si può morire... Basta raccontarci storie, è tempo di EDUCARE

14/set/2016 18.25.09 Milano Parking Day Contatta l'autore

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Una foto postata in un momento di euforia dopo aver bevuto troppo, un video condiviso per sentirsi "figo/a" e poi il vuoto, l'ansia, i commenti offensivi, i continui messaggi di chi vuole deridere. Per loro un gioco, per le vittime un vortice che porta giù. Nel buio, nella paura. E poi a chi raccontarlo?

“Tutto questo accade dentro, fuori e attorno ai nostri ragazzi”, spiega Ivano Zoppi, Presidente di Pepita Onlus, da 13 anni impegnata sul disagio adolescenziale, “Il dato che più ci fa riflettere è che sui 25.000 ragazzi tra i 12 e i 17 anni incontrati il 45% ha dichiarato che, se fosse vittima o assistesse ad episodi di bullismo o cyberbullismo, non ne parlerebbe con nessuno per tre motivi: paura, “non sono fatti miei”, “anche se ne parlo con un adulto credo che non potrebbe fare nulla”.

 

È necessario che i recenti fatti di cronaca vengano letti come monito: c’è un mondo di ragazzini che ha bisogno di trovare adulti di riferimento disposti ad ascoltare e ad accompagnare. Per ogni storia raccontata ce ne sono 10 sommerse che nessuno conoscerà mai. Ma al centro ci sarà sempre un adolescente a cui manca la rete adulta educativa.

 

Se la prevenzione passa attraverso l’educazione, occorre educare i bambini all’affettività, i ragazzi alla responsabilità e gli adulti a esercitare il proprio ruolo genitoriale con maggior fermezza. In questa direzione doveva andare anche il Disegno di Legge, promosso in prima istanza dalla Senatrice Elena Ferrara, poi ampliamente modificato fino a diventare uno strumento di censura per i contenuti della Rete.



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BARBARA REVERBERI
giornalista, comunicazione e ufficio stampa
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