Comunicato Stampa: Odio e intolleranza religiosa, segno dei tempi o effetti voluti?

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11/mar/2019 09:55:04 F.O.B. Contatta l'autore

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Trasmettiamo il seguente comunicato stampa, con preghiera di pubblicazione.

Grazie per la cortese attenzione,

Freedom of Belief - Roma


  

Odio e intolleranza religiosa, segno dei tempi o effetti voluti?


In questi giorni la stampa internazionale riferisce di torture subite in Russia dai fedeli della congregazione dei Testimoni di Geova.
Il Wahington Post del 2 marzo parla di “Russia’s persecution of Jehovah’s Witnesses is reviving dark practices of the past”, cioè la persecuzione dei Testimoni di Geova da parte della Russia sta rianimando le pratiche oscure del passato.

Gli ultimi due anni sono stati davvero oscuri per i Testimoni di Geova (anche se gli atti discriminatori nei loro confronti risalgono almeno agli anni 90) da quando, applicando la controversa legge Yarovaya, la Suprema Corte russa li ha etichettati come “organizzazione estremista”. Da allora hanno subito arresti, sequestri, violenze, proibizione totale di praticare il loro credo, ed ora anche le torture fisiche. Misure draconiane ed ampiamente illecite, se si considera la riconosciuta indole pacifista degli appartenenti a questa confessione che, com’è noto, rifiutano anche di prestare servizio militare.

In effetti, la polizia di sicurezza FSB, gli eredi del KGB di sovietica memoria, stando alle notizie che trapelano sui media occidentali “behave as if Joseph Stalin were still around”, agiscono come se Joseph Stalin fosse ancora in giro. Secondo un portavoce, sette Testimoni di Geova incarcerati a seguito di massicce operazioni di repressione poliziesca avvenute nella regione siberiana Khanty-Mansi, sarebbero stati torturati nel tentativo di farsi dire i nomi degli anziani, le password dei telefoni cellulari e farsi rivelare dove svolgevano le riunioni della congregazione.
Apprese queste notizie raccapriccianti, il 21 febbraio scorso, la deputata PD Stefania Pezzopane ha presentato un’interrogazione parlamentare chiedendo al Ministro degli Affari Esteri e Della Cooperazione Internazionale quali iniziative intenda intraprendere anche in sede europea affinché tutto ciò cessi.
Segue il testo integrale dell’interrogazione n. 4/02323:

Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:

si apprende da organi di stampa (redazione Ansa Mosca, 20 febbraio 2019) che almeno sette Testimoni di Geova detenuti in Russia sarebbero stati torturati dagli investigatori a Surgut, in Siberia;

la denuncia proviene dal portavoce del gruppo religioso, Jarrod Lopes, interpellato dal Moscow Times.
Secondo Lopes, gli agenti avrebbero spogliato gli uomini, messo una borsa sulla testa di ogni sospetto e avvolta col nastro.
Dopo avrebbero legato loro le mani dietro la schiena, avrebbero rotto le dita e li avrebbero colpiti al collo, ai piedi ai fianchi;

la base normativa da cui parte tale discriminazione si rinviene nella cosiddetta legge Yarovaya, adottata dalla Duma ad agosto 2016 e firmata dal Presidente Putin, con la quale si registra una ulteriore riduzione della tutela delle libertà fondamentali;

tale legge introduce nuove fattispecie criminose, impone agli operatori telefonici ed internet di conservare i dati di traffico tra utenti ed a fornirli, se richiesti, al Servizio, federale di sicurezza (Fsb) e dispone notevoli limitazioni alla libertà religiosa;

alcuni rappresentanti delle Chiese protestanti in Russia, in una lettera al Presidente Putin, hanno parlato di «violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali in tema di libertà religiosa»;

recentemente, con l'accusa di «estremismo», la congregazione dei Testimoni di Geova è stata messa al bando nel territorio della Federazione in seguito a una sentenza della Corte Suprema che ha anche ordinato la confisca di ogni proprietà del gruppo, che verrà trasferita allo Stato;

la situazione in Russia chiama in causa non semplicemente una confessione religiosa, ma diritti umani fondamentali.

Una legge inizialmente rivolta a combattere il terrorismo si è trasformata in poco tempo in uno strumento assai efficace per combattere — e se possibile annichilire — tutto quello che non è «ortodosso» nella Federazione russa;

in base alla definizione legale di «estremismo» come modificata dalla Federazione russa nel 2006, l’«incitamento alla discordia religiosa» è sullo stesso piano della violenza e del richiamo all'odio.

L'Osce, l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, ha spesso condannato la «campagna di persecuzione sponsorizzata dallo Stato» contro i Testimoni di Geova, avviata negli anni ’90 e fatta di perquisizioni, attacchi vandalici, confische e raid, oltre a inchieste penali e arresti;

per Human Rights Watch la legge Yarovaya è «un attacco alla libertà di espressione, libertà di coscienza e diritto alla privacy»;

i rappresentanti della comunità protestante in Russia l'hanno definita «incostituzionale» e hanno messo in guardia dal rischio che le nuove misure creino «la base per la persecuzione di massa dei credenti» come in tempo sovietico –: se sia a conoscenza dei fatti descritti in premessa e quali siano i suoi intendimenti sull'argomento;

quali iniziative intenda mettere in campo — e in quali tempi — perché cessino le persecuzioni e le violenze e per ristabilire le garanzie a tutela dei diritti umani di chi professa religioni diverse da quella ortodossa nella Federazione russa;

quali iniziative intenda intraprendere, anche nei confronti del Governo della Federazione russa, per poter ottenere informazioni e rassicurazioni circa il rispetto della libertà religiosa e della libertà di pensiero delle fedi non maggioritarie;

quali iniziative intenda intraprendere, in sede europea, affinché l'Unione si faccia parte attiva per ristabilire la piena tutela dei diritti dei cittadini e delle cittadine Testimoni di Geova che vivono nella Federazione russa. (4-02323)

Purtroppo l’odissea dei Testimoni di Geova non è un fatto isolato, tant’è che in questo stesso periodo le organizzazioni per la difesa dei i diritti segnalano alla comunità internazionale che anche i fedeli di altri gruppi religiosi russi stanno subendo soprusi indegni di un paese che dovrebbe essere civile.
 
Ad esempio, il giornale online New Europe, titolava in un articolo del 27 febbraio scorso “Le preoccupazioni crescono sul destino legale dello Scientologist russo incarcerato”.
 
A quanto pare Ivan Matsitsky sarebbe incarcerato da 18 mesi in applicazione sempre della famigerata legge Yarovaya. Nonostante siano abbondantemente decorsi i termini per la carcerazione preventiva, l’uomo, incensurato e mai coinvolto in attività violente, viene trattenuto in carcere, non si sa in quali condizioni.
 
Attivisti per i diritti umani vicini alla HRWF (Human Rights Without Frontiers) riferiscono che, allo scadere dei termini di detenzione, l’FSB avrebbe falsificato dei documenti per evitare la scarcerazione e che “i tre giudici di appello che hanno riesaminato il caso il 6 dicembre, ‘hanno paura’ dell’FSB, temuto successore del sovietico KGB”.
 
La residua mentalità del recente passato sovietico (il prossimo novembre decorre il trentesimo della caduta del muro di Berlino) non sembra essere l’unico ingrediente di questa cultura dell’intolleranza.
 
Sebbene sia risaputo che la Chiesa Ortodossa esercita pressioni sul Cremlino per salvaguardare la propria supremazia nella cura delle anime dei russi, nemmeno questa sembra essere la causa scatenante dei fatti sopra descritti.
 
Come ben illustra Patricia Duval, membro del Comitato Scientifico di FOB, nel suo recente articolo “Il concetto di sicurezza spirituale e i diritti delle minoranze religiose”, “La responsabilità delle crescenti tensioni religiose culminate poi nell’adozione della legge del 1997 sono per larga parte attribuibili al movimento russo anti-sette, in particolare al suo leader Aleksandr Dvorkin.
 
A lui si deve infatti la popolarità del neologismo «culti totalitari», usato contro pacifiche minoranze religiose. Aleksandr Dvorkin è il vice presidente del FECRIS e presidente dell’associazione Saint Irenaeus of Lyons Centre for Religious Studies, fondata nel 1993 con la benedizione del patriarca di Mosca e di tutta la Russia Alexey II”.
 
I dettagli di questa preoccupante affermazione sono forniti nel lungo articolo della Duval ed è sufficiente una veloce ricerca sul web per confermarli, se si ha l’accortezza di superare i primi due o tre risultati apologetici forniti da Google.
 
Per i non addetti ai lavori, la sigla FECRIS sta per European Federation of Centres for Research and Information on Cults and Sects (Federazione Europea dei Centri di Ricerca e di Informazione sulle Sette e i Culti), una controversa associazione con sede a Marsiglia.
 
Sebbene goda del consultative status presso il Consiglio d’Europa, FECRIS è da sempre finanziata dal governo Francese, cosa che la renderebbe incompatibile con tale accreditamento. Hanno rappresentanti in decine di paesi e in Italia sono ad essa collegate due piccole associazioni di nome FAVIS (Rimini) e CeSAP (Noci di Bari), attive soprattutto sui media nel diffondere il presunto “allarme sette”.
 
Chi non si occupa di queste vicende e non ha esperienza diretta della gravità della situazione, potrebbe pensare che tutto ciò può accadere solo in Russia a causa del suo recente passato totalitario che ancora influenza settori della società, quanto meno in termini di diritti umani, libertà civili, reminiscenze poliziesche e una giustizia parzialmente soggetta a vecchie logiche sovietiche.
 
Ma la Russia non è l’unico paese a democrazia limitata o fittizia che dà vita a queste persecuzioni di stampo medievale.
 
L’esempio dell’odierna Cina è ancora più macroscopico, lo abbiamo denunciato ripetutamente quasi in coro con numerosi altri enti e associazioni che si occupano di diritti umani.
 
Oltre ai numerosi articoli, sul nostro sito è ancora reperibile l’appello del nostro Presidente al Ministro Giovanni Tria che l’estate scorsa si apprestava a visitare quel paese per trattare questioni economiche. All’epoca gli ricordammo che “Fonti accademiche stimano che un milione e mezzo di cinesi siano detenuti in campi di “trasformazione attraverso l’educazione” per le loro credenze religiose, compresi musulmani di etnia uigura e di altre etnie, buddhisti tibetani, cristiani di varie denominazioni e membri di nuovi movimenti religiosi classificati come “insegnamenti eterodossi” (xie jiao) e diffamati con persistenti campagne di fake news, tra cui la Chiesa di Dio Onnipotente e il Falun Gong.
Numerose organizzazioni non governative hanno documentato arresti di massa, esecuzioni extra-giudiziarie, tortura. Anche nelle comunità religiose controllate dal governo, la religione è trattata come la pornografia, nel senso che ogni attività religiosa, compreso il semplice accesso nei luoghi di culto, è vietata ai minorenni.
 
Sono trascorsi solo pochi mesi, ma le cronache ci riferiscono che la situazione dei credenti di religioni non accettate (quelle non ammesse dal Partito Comunista Cinese) si è fatta sempre più tragica e parla di morti, espianti di organi, torture, sparizioni, campi di rieducazione.
Al punto che FOB, pressato dalle richieste d’aiuto di credenti cinesi rifugiati in occidente, ha dato l’avvio ad una petizione urgente indirizzata al Presidente della Repubblica Popolare Cinese “Per il rispetto di tutte le religioni e per la protezione della libertà di credo nella Repubblica Popolare Cinese”.
 
La petizione è ancora in corso e sono oltre 64.000 le firme raccolte finora.
 
Anche nella vicenda cinese fa capolino FECRIS: il primo settembre 2017 il media cinese online www.sxgov.cn, espressione del governo comunista, parlando del “problema delle sette”, ha presentato il “patrono” dell’antisettarismo francese, l’ex deputato francese Alain Vivian, già capo della MILS (Missione Interministeriale per la Lotta al Settarismo) e ideatore della FECRIS, che poi descrive come l’esempio francese da seguire e adottare in Cina. Non stupisce eccessivamente che l’estensore dell’articolo sia giunto a citare il membro del consiglio esecutivo della FECRIS “Dr. LUIGI CORVAGLIA (maiuscolo nell’originale) direttore del Centro Studi Abusi Psicologici” (ndr: CeSAP). L’articolo è una lunga descrizione entusiastica delle attività e delle principali associazioni collegate alla FECRIS e auspica la “collaborazione internazionale per un’efficace prevenzione e lotta contro le sette”.
 
Russia e Cina sono esempi macroscopici, sia in termini demografici che geopolitici, ma vi sono molte altre nazioni nel mondo in questo terzo millennio dove l’odio verso le religioni raggiunge eccessi spesso degni dei secoli più bui. Anche nel civile occidente, seppur in modo meno vistoso e meno cruento, ma altrettanto pernicioso, il meccanismo di istigazione all’odio e all’intolleranza religiosa è quotidianamente all’opera. Non a caso la rete degli istigatori “antisette” si è sviluppata ed ha prosperato proprio nel cuore della vecchia Europa. Lo dicevamo già nel giugno 2017 quando pubblicammo l’articolo “L’erosione dei diritti in Russia parte dall’Europa”.
 
Nei paesi dove umanesimo, rinascimento e illuminismo sono mancati e dove i totalitarismi sono ancora una realtà viva o troppo recente è facile che si realizzi il connubio letale che conduce all’odio religioso. Un governo poco illuminato, influenzato da un clero di stato egemone, aizzato da gruppi antisette e una stampa asservita a interessi di parte, può dar vita a vere persecuzioni religiose che dovrebbero essere parte della storia antica.
 
Ecco perché in altri paesi, ad esempio l’Italia, le campagne di odio contro gruppi religiosi, una volta generata l’intolleranza grazie alla diffusione di allarmismi più o meno infondati, riescono a dar vita a episodi di discriminazione, mentre la persecuzione vera e propria non si manifesta con le violenze fisiche che altrove sono la norma.
La persecuzione si manifesta con la vessazione continua, cause legali infondate, limitazioni nei diritti civili.
 
Va ricordato che anche l’Europa Occidentale si è liberata dai totalitarismi poco più di settant’anni fa. Anche meno se pensiamo che la circolare contro i pentecostali del ministro fascista Buffarini-Guidi è rimasta in forza nell’Italia repubblicana per quasi tre lustri dopo la caduta del regime.
 
Inoltre, nel Bel Paese, unico esempio nel mondo occidentale, gli affari di culto sono ancora oggi assegnati al Ministero dell’Interno, come se si trattasse di una questione di pubblica sicurezza. Non a caso, nel 2006, l’allora capo della polizia Gianni de Gennaro ha istituito un’anacronistica “polizia religiosa”, cioè la Squadra Anti Sette (S.A.S.), con la quale, sempre non a caso, collaborano vantandosene i corrispondenti italiani della FECRIS (FAVIS e CeSAP) e il prete cattolico “antisette” ed esorcista don Aldo Buonaiuto.
 
È tempo che la cultura cambi. Che governi, istituzioni e media assumano le corrette informazioni da fonti qualificate, non da apostati o istigatori di odio e intolleranza. L’informazione sulle questioni religiose dev’essere seriamente vagliata, mediata da accademici e studiosi competenti e liberi da pregiudizi.
Perché una società dove la libertà di credere (e di non credere o cambiare credo) viene a mancare, è una società in cui difficilmente gli altri diritti si realizzeranno.

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