Piero Manai

13/set/2019 15:20:17 P420 Arte Contemporanea Contatta l'autore

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Piero Manai

 

inaugurazione venerdì 27 Settembre 2019, ore 18,00-20,30

fino al 9 Novembre 2019

Conferenza Stampa giovedì 26 Settembre 2019, ore 11,00 presso P420, segue visita a entrambe le mostre

 

P420, Via Azzo Gardino 9, Bologna

CAR DRDE, Via Azzo Gardino 14/a, Bologna

 

Le gallerie P420 CAR DRDE sono liete di annunciare la mostra personale di Piero Manai, uno degli artisti più straordinari ed enigmatici degli ultimi decenni, prematuramente scomparso nel 1988 all’età di 37 anni.

 

Umberto Eco, nel 1991, scriveva che “Manai, dopo Giorgio Morandi, stava continuando il discorso della grande pittura bolognese”.

 

La mostra, organizzata in collaborazione con gli eredi dell’artista, è dislocata negli spazi di P420 (Via Azzo Gardino 9) e CAR DRDE (Via Azzo Gardino 14/a) e comprende una selezione di opere realizzate da Manai negli anni ’80.

 

Piero Manai si mette subito in luce nei primissimi anni ’70 negli ambienti bolognesi grazie a una pittura che, per usare le parole di Flavio Caroli (che lo inserirà nel suo libro “Trentasette, il mistero del genio adolescente”) e Pietro Bonfiglioli “fonde iperrealismo e astrazione concettuale”, “dipingendo sempre in qualche modo l’idea stessa del dipingere”.

 

Nei primi anni ’70 si ammala poco più che ventenne e impiegherà diversi anni a guarire. Questa tragica esperienza determina, nei primi anni ’80, un cambiamento nel suo modo di dipingere, che diventa convulso e drammatico, e nei suoi soggetti. 

 

Aveva infatti un bisogno quasi ossessivo di disegnare o dipingere figure e teste che, quasi sempre private di gran parte dei loro tratti fisiognomici, sembrano avere una fisicità chiusa in sè, cieche e sorde (come sottolineano alcuni suoi titoli, Figura sordaPittore cieco) assorte e isolate dentro il proprio peso e perse in uno spazio bianco privo di coordinate.

Prive di un’espressione o di una psicologia, quasi in disfacimento, non sono rappresentazioni nè ritratti. Sono forse più precisamente autoritratti, e non sono visti da fuori, ma da dentro. “E’ un lavoro interno” - scrive lo stesso Manai - “E’ una  costruzione anatomica e psichica, è dipingere una figura, scorticarla tre volte, metterla a dura prova per raggiungere una soglia”.

 

Le teste di Manai spesso portano pesi, pietre, figure che gravano il corpo sotto il loro peso. “Sono uomini con i pesi in testa” li aveva definiti l’artista stesso. Le teste e i corpi spesso degenerano in volumi la cui forma ricorda quella di un sasso, di una grande pietra, di un monolite.

Ammalatosi nuovamente, Manai muore nel 1988. “Era come se avesse un peso invisibile in testa”, ricorda Pietro Bonfiglioli che lo aveva incontrato poco prima.

 

Alla P420 è in mostra una selezione tra le più significative FigureTesteMonolitidipinti su tela, carta intelata e acetato, tecnica quest’ultima tanto amata da Manai. Alla CAR DRDEè invece in mostra una selezione tra le più significative Nature morte, opere particolarmente importanti nel percorso dell’artista, che hanno già in sè quell’inquietudine, senso di precarietà e, forse, quell’anatomia, così caratterizzanti del lavoro di Manai.

 

Il suo linguaggio pittorico sembra non riducibile a nessuna delle diverse pratiche artistiche in vigore all’epoca, dall’espressionismo austro-tedesco degli anni ’80, alla più italiana Transavanguardia per citarne alcune. Anzi, nella sua diversità, sembra riunirle tutte, a tal punto che è difficile trovare un modo, forse inutile, di classificarlo.

 

Manai ha esposto in diverse gallerie e musei in Italia e all’estero tra cui PS1 di New York (1982).

Ha partecipato alle mostre Nuova Immagine presso la Triennale di Milano (1980), Linee della ricerca artistica italiana 1960-80al Palazzo delle Esposizioni a Roma (1981), Italian Art 1960-80alla Hayward Gallery di Londra (1982), alla Biennale des jeunes di Parigi (1982) ed esposto al Kunstverein di Hannover (1985) e di Francoforte (1986). La GAM di Bologna gli ha dedicato una vasta retrospettiva nel 2004 a cura di Peter Weiermair.

 

La mostra è accompagnata da un testo di Alberto Salvadori. 

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